Il 2020 in breve: crisi economica e mondo STEM

Gennaio 2021 è finalmente arrivato, ci lasciamo alle spalle un difficile 2020 per affrontare il nuovo anno con il giusto sprint. 

La crisi economica causata dalla pandemia ha colpito molti settori del lavoro, dal turismo ai servizi alle imprese. In Open Search Network il lavoro non si è fermato, ma il lockdown ci ha spinto a ripensare in formato digitale alcuni nostri servizi. In quanto società di HeadHunting non possiamo che constatare quanto anche il mondo delle assunzioni sia stato coinvolto dalla crisi: 

  • quali settori sono stati più o meno coinvolti dal Covid? 
  • Il mondo STEM come ha reagito alla pandemia? 
  • La crisi ha colpito maggiormente le assunzioni di giovani, donne o altre categorie? 

Oggi vi proponiamo un piccolo recap dello scenario lavorativo del 2020, con la speranza di imparare dagli errori passati per rendere questo 2021 migliore dell’anno precedente (possiamo dire che non ci vuole molto, eh!).

Covid-19: quali sono i settori meno coinvolti? 

Per molte realtà economiche la pandemia ha rappresentato un forte ostacolo e fonte di crisi, ma non per tutte. Ci sono infatti settori in controtendenza, come il comparto delle costruzioni e i servizi legati alla fornitura di energia elettrica, che hanno segnato un balzo in avanti del 12,2%; i servizi di informazione (9,8%) e la ricerca scientifica (8,2%). È cresciuta anche la filiera legata alle tecnologie e al digitale, come riparazione di computer per casa e uso personale (+8,2%) e la fabbricazione di pc e prodotti dell’elettronica (8,2%), la programmazione e consulenza informativa (+3,9%), settori che hanno beneficiato dell’ampio ricorso alle tecnologie durante il lockdown.

Mercato del lavoro: quali sono gli attori maggiormente colpiti dalla pandemia, in Italia e nel mondo? 

I dati dell'Istat ci dicono che il tasso di disoccupazione giovanile è tornato al 30% a luglio, per la prima volta da oltre un anno. Precisamente nella fascia di età 15-24 anni il tasso si attesta al 31,1%, in aumento di 3,2 punti da luglio 2019. "Su base annua - sottolinea l'istituto di statistica - il tasso di disoccupazione cresce tra i minori di 35 anni e cala nelle altre classi". Tra i 25 e i 34 anni il tasso di disoccupazione è del 15,9%, quasi il triplo di quello nella fascia di età 50-64 anni, crescendo di 1,4 punti nell'ultimo anno.

Come prevedibile, il calo degli occupati non ha riguardato tutta la forza lavoro, ma ha colpito diversamente anche in base al sesso, all’area geografica e al tipo di attività.

«Il calo del tasso di disoccupazione è maggiore nel Mezzogiorno (-3,2 punti) e nel Centro (-3,0 punti) in confronto al Nord (-0,8 punti) e si associa all’aumento più intenso del tasso di inattività nelle regioni meridionali e centrali (+4,4 e +4,0 punti, rispettivamente) rispetto al Nord (+2,7 punti) - inoltre - tra le donne è maggiore il calo del tasso di occupazione (-2,2 punti in confronto a -1,6 punti gli uomini) e di quello di disoccupazione (-2,3 e -1,9 punti, rispettivamente) in concomitanza al maggiore aumento del tasso di inattività (+3,9 e +3,2 punti)» (fonte La Repubblica).

Il presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo ha quindi sottolineato che

«la pandemia sembra aver avuto l'effetto di acuire i divari preesistenti nella partecipazione al mercato del lavoro».

McKinsey ha diffuso il suo ultimo rapporto ‘The future of work in Europe’, affermando che la crisi COVID-19 ha interrotto un periodo di crescita dell'occupazione (caratterizzata da una maggiore mobilità sud-nord) ed esposto a rischio, nel breve termine, ben 59 milioni di posti di lavoro (il 26% del totale di quelli europei). Tra i tanti effetti della pandemia, il rapporto ne cita uno indiretto, causata dell’esperienza di remote working durante il lockdown. La previsione  è che in futuro il maggior ricorso allo smart working cambierà radicalmente i modelli di urbanizzazione: «più della metà del potenziale di crescita del lavoro nel prossimo decennio potrebbe essere appannaggio proprio delle 48 città dinamiche che l’anno già sperimentata nell’ultimo decennio, accentuando così ulteriormente la concentrazione geografica. Questa crescente disparità regionale sembra essere un fenomeno strutturale che riflette la specializzazione economica e le economie di scala. I vantaggi di questo gruppo di economie locali dinamiche consistono in una forza lavoro altamente istruita con una forte rappresentanza di competenze STEM, nella forte dinamicità aziendale, oltre che nell’ampia e crescente presenza di tecnologia e servizi alle imprese». 

E per quanto riguarda il mondo STEM? 

Un ulteriore effetto indiretto della pandemia e del lockdown è quello di aver fatto emergere alcune importanti lacune, come il digital divide e la mancanza di alfabetizzazione digitale. È ancora troppo presto per misurare l’impatto che la pandemia avrà sulla percezione e sull’appeal delle discipline STEM, ma la crisi sanitaria e la digitalizzazione del mondo accademico e professionale potrebbero ravvivare l’interesse verso questo ambito e portare nuova linfa al settore, anche con una revisione delle mansioni legate alla digitalizzazione. Anche con HackAt, nostro format di eventi, ci siamo impegnati nel diffondere conoscenza legata alla Digital Transformation e al mondo STEM e abbiamo quindi organizzato diversi webinar. Alcuni esempi? Il webinar Ripensare il Lavoro per Migliorare l’Efficienza delle Organizzazioni, con Pietro Iurato, Salvatore Testa, Silvia Zanella, Aldo Razzino e Alberto Maestri, oppure la tavola rotonda con il professore Guido Di Fraia e Andrea Marcante dal titolo Le Professioni del Dato per Profili Umanistici: sogno o realtà?.

Oggi l’innovazione tecnologica sta rivoluzionando il mercato del lavoro, determinando un incremento nella ricerca di profili di carattere informatico e scientifico, ma secondo l’indagine RiGeneration STEM effettuata da Deloitte in collaborazione con SWG, a questa crescita della domanda non corrisponde un incremento dell’offerta di risorse con un background di competenze adeguato. In Italia, infatti: 

  • solamente uno studente universitario su quattro è iscritto a facoltà STEM (il 27% del totale); 
  • a queste mancanze va aggiunta l’assenza di figure femminili STEM: solo il 16,5% delle giovani laureate tra i 25 e i 34 anni ha conseguito il titolo in questo settore, a fronte di una percentuale più che doppia (37%) per i maschi. 

 

Questo è un breve riassunto del 2020. Nel 2021 cosa ci aspetta? 


Fonti: